And the Winner is….

Traduzione Italiana in fondo

Cristian, with his  Chili con carne di tacchino con contorno di “salsola”, tortilla e fagioli!!!!

As always, the MTC Challenge has been lots and lots of fun. But this time I have got to be for once behind the scenes—and that was priceless.  I was delighted  to pick the recipe for the Challenge this time, and enjoyed every single entry. Every. Single. One. Which made choosing a winner really, really, really hard to do. Let me say it again—it was not easy. So, before I delve into the rationale for finally choosing Cristian’s Chili, let me mention at least a few of all the other recipes that I liked.

In general, I enjoyed seeing Chili reinterpreted in places so far away from Texas and made with  ingredients tied to a specific area, such as local cattle breeds or beans—like those made by  Cristina, Elisa, Ilaria, Sabrina, Claudia,  and Simonetta But there were also some other great versions made with venison, such as Mapi’s Valeria’s and Arianna’s . There was even one made with faux bison!

Some made outstanding vegetarian or even—gasp!—vegan chilis, like  Chiarina, Spinarosa, Elena, and Giulia.  

One objective hurdle that almost everyone had to overcome was finding chiles to use in their recipe. And this was done with brave persistence: Andrea comes to mind among all others.  Some forgot the side dish and made Chili again, like Fabiola. Others came up with interesting variations, that I would love to try, like Vittoria’s Tripe Chili.  I would love to try it, but every time I mention tripe, or liver as an option for dinner, my entire family looks at me with the horrified expression of someone that just realized their wife/mother has been replaced by Hannibal Lecter.

I especially loved reading about each participant’s family enjoying Chili made with this recipe: whether it was helpful to convince children to eat more protein,  required  fathers’ expertise in choosing the right cut of beef, or reconciled a wife to her husband’s passion for all things Western. Some took side trips to Mexico, or Spain, or  Japan, someone digressed quite a bit and ended up in New Mexico. Everybody made tortillas–and variations thereof–just like pros.

Furthermore I was astonished—and shaken— to see that some made Chili even at great personal risk.

Some voiced their skepticism—I bet shared by many—about such a simple 2-ingredient recipe. I appreciated the honesty as well as the braveness in going along with it nonetheless as I for one believe that when a virtual stranger says to you:  “trust me” , the only sensible response is to back up slowly and then run in the opposite direction.

I loved every memory and story that were shared, and most of all I was curious to see America through the eyes of someone who lived so far away and had experienced it only through movies, books, or short stays for work or vacation. Whether your entry was mentioned or not here, I read them all many times and in  each of them I found something special and meaningful.

Thank you all!!! And a big bear hug to Ale & Dani!

And, now, here is what made me opt for Cristian’s recipe in the end.  It was not the whiskey, per se, that he interestingly added to the pot along with the chili, nor just the fact that he used turkey meat, perfectly cooked. What I liked the  most  was the idea of making an edible form of tumbleweeds. Yes, that’s it. It was clever, it was funny, it was unusual. We make chili with turkey, we even make it with whiskey, but I have never, ever, seen a Chili served with a side of Tumbleweeds. Cris, you might be onto something  here—you should start your own Chili business, and I think it would be successful.

As fascinating as they may seem to those that do not live in the Southwest, tumbleweeds are a nuisance. A very big one.  When the winds blow strong, tumbleweeds accumulate in backyards, create hazards on highways, and when you try to remove them they are as sharp as barbed wire and just as fun to handle, even with heavy gloves. And they are huge. They can literally bury your backyard and get stuck under your car. Take a look  here  and  here . 

But as the American way is to overcome hurdles and turn them into opportunities, look what this woman did.   And  this is what ultimately made me pick Cristian’s recipe; it seems to me that his idea of turning tumbleweeds into something edible—and much more pleasant than the actual thing—was absolutely in line with the American spirit of innovation and enterprise.

So, congratulations Cris! Your turn now!!

Traduzione Italiana

Cristian, col suo  Chili con carne di tacchino con contorno di “salsola”, tortilla e fagioli!!!!

Come sempre, l’MTC Challenge e’ stata bellissima. Ma stavolta, io ho potuto stare dietro le quinte—il che non ha prezzo.  Sono stata felicissima di scegliere la ricetta questa volta, e mi e’ piaciuta ogni singola proposta. Tutte, nessuna esclusa. Il che ha reso molto, molto, molto difficile scegliere un vincitore. Lasciatemelo dire ancora una volta: non e’ stato facile. Percio’, prima di spiegare le motivazioni della scelta, vorrei menzionare almeno alcune tra tutte le proposte che mi sono piaciute.

In generale, mi e’ piaciuto vedere il  Chili reinterpretato in posti cosi’ lontani dal Texas e fatto con ingredienti legati   a specifiche zone, come razze locali di mucche o varieta’ di fagioli—come quelli di Cristina, Elisa, Ilaria, Sabrina, Claudia,  and Simonetta. Ma c’erano anche belle versioni fatte con la selvaggina, come quelle di Mapi Valeria e Arianna . Ce n’era perfino una fatta di  finto bisonte!

Alcuni hanno fatto splendide versioni vegetariane o—gasp!—vegan, come  Chiarina,  Spinarosa, Elena, e Giulia.  

Un ostacolo oggettivo per quasi tutti e’ stato trovare del peperoncino adatto per la ricetta. Ostacolo superato con grande perseveranza:  Andrea per esempio.  Alcuni si sono dimenticati del contorno e hanno rifatto il Chili, come Fabiola. Altri hanno inventato interessanti variazioni, che vorrei provare, come il  Chili di Trippa di Vittoria.  Vorrei provarlo, senonche’ ogni volta che propongo trippa, o fegato, per cena, la famiglia intera mi fissa con in faccia l’espressione orripilata di chi si e’ appena accorto che la propria moglie/madre e’ stata sostituita da Hannibal Lecter.

Ho particolarmente apprezzato leggere come le famiglie di ciascuno abbiano partecipato alla sfida sul  Chili:  sia che abbia aiutato a convincere i  bambini a consumare piu’ proteine,  richiesto  l’esperienza paterna nello scegliere il giusto taglio di carne, or  riconciliato una moglie con la passione del marito per il Western.  Alcuni hanno fatto delle escursioni in MexicoSpagnaGiappone, altri hanno preso una deviazione e dal Texas sono arrivati in  New Mexico. Tutti hanno fatto tortillas—e variazioni—degne di un professionista.

Sono poi ancora incredula—e scossa—per il fatto che alcuni hanno preparato il Chili  con grande rischio personale per la salute.

Alcuni hanno  espresso  il proprio scetticismo—scommetto condiviso da molti—per una ricetta cosi’ semplice, di soli 2 ingredienti. Ho apprezzato l’onesta’ e il coraggio nell’averla eseguita lo stesso, sebbene io per prima creda che quando un perfetto estraneo ti dice “Fidati di me”  l’unica cosa ragionevole da fare sia indietreggiare lentamente e poi darsela a gambe in direzione opposta.

Mi ha commosso ciascun ricordo e storia che sono stati condivisi, e soprattutto sono stata curiosa di vedere l’America con gli  occhi di chi ne e’ lontano e ha potuto vederla solo attraverso film, letteratura o brevi viaggi per vacanza o lavoro. Sia che io abbia menzionato la vostra ricetta qui o meno, vi assicuro che le ho lette tutte piu’ volte, e in ognuna ho trovato qualcosa di speciale e significativo.

Grazie a tutti!!! E un grosso abbraccio ad Ale e Dani

E adesso, ecco perche’ alla fine ho scelto la ricetta di Cristian. Non e’ stato tanto per il whisky,  che ha aggiunto insieme alla pasta di peperoncini, ne’ per la carne di tacchino cotta perfettamente. Quello che mi e’ piaciuto di piu’ e’ stata l’idea di creare una forma edibile di salsola.  Ecco.  Una cosa ingegnosa, divertente, insolita. Facciamo il Chili col tacchino, a volte lo facciamo col whisky, ma non ho mai, mai finora visto  un Chili servito con contorno di salsola. Cris, credo che tu abbia scoperto qualcosa di valido, dovresti aprire un tuo Chili Business—credo che avrebbe successo.

Per quanto che non vive nel Southwest possa trovarle  affascinanti, le Salsole sono un problema. E un grosso fastidio. I venti forti le fanno accumulare nei giardini, sono un pericolo per il traffico, e quando si cerca di rimuoverle, sono come il filo spinato e altrettanto divertenti da maneggiare, anche con i guanti spessi. Sono cosi’ grosse e numerose che strutture come un garage ne sono seppelliti, e si incastrano sotto le macchine. Date un’occhiata qui  qui . 

Ma dato che il modo di agire Americano prevede di trasformare gli ostacoli in opportunita’, guardate cosa ha fatto  questa signora.   E questo e’ quello che alla fine mi ha fatto scegliere senza dubbi la ricetta di Cristian: mi sembra che la sua idea di trasformare le Salsole in qualcosa di commestibile—e molto piu’ piacevole di quelle reali—fosse assolutamente in linea con lo spirito Americano di innovazione ed intraprendenza.

Quindi, congratulazioni Cristian!! Adesso tocca a te!!

Chili Con Carne (April MTC)

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La gioia di aver vinto lo scorso MTC e’ stata duplice; da una parte ovviamente per aver visto la mia versione scelta (e realizzata!) da Mai, che ringrazio ancora. Ma la seconda ragione e’ stata per l’opportunita’ di condividere poi una ricetta che e’ il piatto-simbolo del grande (e mio amatissimo) Stato del Texas.  Avendoci vissuto per un po’ da giovane, non me n’e’ mai passata la nostalgia. Ne adoro tutto, gli abitanti, l’accento, i fantasmi, i rodei, la storia, la cultura, la musica country, e quegli spazi sconfinati, sovrastati da cieli indescrivibilmente belli, punteggiati di notte da un numero incredibile di stelle. La prateria dove per miglia e miglia non c’e’ altro che terra e cielo che si incontrano in un orizzonte che non si raggiunge mai. Ed e’ in quegli spazi che ho compreso cosa significhi essere liberi, una liberta’ che si respira, si sente, diviene tangibile come non mi e’ mai capitato in nessun altro posto.

L’origine piu’ accreditata del Chili con Carne lo fa risalire alla meta’ del 1800, in quanto cibo nutriente e facilmente trasportabile per i cowboys e gli avventurieri che attraversavano il Texas per unirsi alla corsa all’oro in California.  Inizialmente si usava carne bovina secca , peperoncini essicati, che venivano cotti a lungo sui fuochi dei bivacchi insieme ad acqua, sale e grasso bovino (suet).  Potrebbe essere stato ispirato dal pemmicam, cioe’ carne di selvaggina (bisonte, daino o alce) che i Nativi Americani essiccavano, per poi ridurla quasi in polvere pestandola con apposite pietre e infine mescolavano con grasso animale sciolto. Il pemmicam era trasportabile durante i lunghi spostamenti o veniva conservato per i periodi in cui le risorse alimentari sarebbero state piu’ scarse.  Un’altra teoria reclamata da alcuni e’ che sia invece un piatto nato nelle cucine del sistema penitenziario Texano. Ma e’ una posizione minoritaria, e personalmte preferisco la prima. Infine, potrebbe essere arrivato tramite le “Chili Queens”, le regine del Chili che lo vendevano da carretti ambulanti sulla Piazza Militare di San Antonio.  Divenne estremamente popolare durante la Depressione per diventare tuttora un piatto amatissimo in tutta l’Unione, con versioni locali particolari come quella di Cincinnati, che viene servita con gli spaghetti.
Quello che e’ certo e’ che, pur avendo influenze Spagnole e Messicane, non venne importato da quei paesi ma origino’ in Texas, dove viene affettuosamente chiamato bowl o’red (tradotto letteralmente e pedestremente: una ciotola di rosso).  Il Chili con Carne in Texas viene preso sul serio, con diatribe fierissime su quali ingredienti debbano esserci e ancora di piu’ su quali non debbano esserci. Creare una ricetta di Chili e’ un’arte per la quale si svolgono competizioni annuali, come quelle di Terlingua, qui e qui.

Per l’MTC, propongo  quindi la ricetta “ortodossa” ed essenziale del Chili con Carne, vale a dire senza  pomodoro, fagioli, mais, o altre spezie all’infuori dei peperoncini stessi. Infatti, contiene solo gli stessi ingredienti che conteneva quando veniva preparato dai cowboys che guidavano le mandrie nella prateria, senonche’ la carne bovina e’ quella fresca e non secca. Quello che e’ importante in questa ricetta e’ il modo di utilizare i peperoncini secchi, che non dovrebbero essere in polvere ma interi. Ne esistono moltissime varieta’, dai piu’ blandi ai piu’ feroci, e ognuno li sceglie in base al gusto e alla disponibilita’ quali inserire di volta in volta, creando personali miscele. Per inciso, questo modo di preparare la salsa per il Chili con Carne  e’ identico a quello che in New Mexico chiamano Chile Colorado (letteralmente, peperoncino rosso), solo che nella ricetta del New Mexico si usa il maiale e non il bovino.
Il taglio bovino da usare nel Chili e’ chiamato Chuck (credo ma non sono certa che in italiano si chiami spalla?), comunque il link indica in giallo nella figura del bovino di quale parte si tratti. E’ una parte che non si presta alle cotture brevi, non essendo tenera. Ma e’ adattissima alle lunghe cotture lente, perche’ non e’ troppo magra e al calore dolce e prolungato produce una salsa quasi gelatinosa senza bisogno di addensanti come gli amidi.  La carne deve essere a pezzi e non tritata (il macellaio la prepara a cubi di circa 2,5 cm di lato). Il tritato e’ una scorciatoia perche’ la macinatura rende la carne piu’ tenera e richiede una cottura relativament epiu’ vbreve.
I peperoncini secchi non devono essere “incartapecoriti” (perdonatemi il termine ma non me ne viene in mente uno migliore e col fuso orario dove sono non ho mica piu’ molto tempo prima che in Italia sia ora di pubblicare), ma ancora pliabili, come i pomodori secchi, per capirci. Quelli in polvere sono da evitare perche’ non si reidratano bene e l’effetto finale e’ quello del terriccio sotto i denti.

Chili Con Carne

1, 5 kg di manzo (spalla) tagliato a cubi di 2,5 cm di lato

peperoncini secchi interi (io avevo a disposizione 7  Chile Negro (Pasilla) e  2 Chile Ancho (Poblano), che sono pochissimo pochissimo piccanti, ma hanno toni quasi fruttati, molto profumati. La quantita’ da usare dipende dal tipo e dall’intensita’, appunto.

sale

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Spezzettate i peperoncini secchi scuotendone fuori i semi (da eliminare) e mettete i pezzi in una ciotola, coprite i peperoncini di acqua bollente e lasciate in infusione per almeno 2 ore.

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Passato questo tempo, frullateli con l’acqua di infusione fino ad ottenere una pasta leggermente densa. Passatela da un setaccio fine  in modo da eliminare ogni residuo di pellicine, recuperando quanta piu’ polpa possibile.
Mettete la carne e la salsa in una pentola di ghisa, coccio o acciaio pesante, regolate di sale mescolate bene e fate cuocere coperto (lasciate una piccolissima fessura perche’ possa uscire il vapore) a calore dolcissimo per circa 3 ore, controllando ogni tanto. Non e’ necessario far rosolare la carne perche’ il calore forte che sarebbe necessario ne irrigidisce le fibre, rendendola poi piu’ dura da cuocere.  Si puo’ anche mettere a cuocere in forno a circa 120C, per una cottura lenta e uniforme, col calore che circonda la pentola interamente.
L’ideale e’ far riposare il Chili e servirlo il giorno dopo.

Se si usano i peperoncini freschi, questi vanno prima abbrustoliti in forno, fatti riposare in un sacchetto di carta o avvolti in un foglio di alluminio, spellati, eliminando i semi, e utilizzati tritati piu’ o meno sottilmente per preparare il chili.  Attenzione ad aerare bene l’ambiente quando si arrostiscono i peperoncini piccanti specie se sono del tipo forte, meglio utilizzare i guanti di gomma per spellarli e eliminare i semi e fare attenzione a non toccarsi la pelle o gli occhi!

per accompagnare il Chili

Tortillas di farina di grano

500 g di farina a basso contenuto di glutine

3 cucchiai di grasso a scelta (lardo, ma oggi si usa soprattutto olio vegetale o grassi vegetali idrogenati) io uso olio vegetale

1-1/2 cucchiaini di baking powder (lievito chimico non vanigliato)

1 cucchiaino di sale

240-360 ml di acqua tiepida

si lavora il grasso nella farina mescolata con lievito e sale con la punta delle dita fino a intriderla tutta, poi si aggiunge acqua sufficiente ad avere un impasto morbido ma non attaccaticcio. Deve essere ben idratato o le tortillas si sbriciolano quando si stendono col mattarello, ma non va lavorato troppo o si sviluppa il glutine e restano dure. Ci vuole un po’ di pratica. (io ho una piccola aiutante molto entusiasta).

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Si creano con l’impasto delle palline poco piu’ grandi di una noce e si fanno riposare 10-15 minuti sotto un telo umido. Nel frattempo si fa scaldare una padella o piastra di ghisa o ferro o acciaio (non teflon che non si puo’ scaldare vuoto) e quando e’ ben calda si prende una pallina e col mattarello si schiaccia fino a formare una cerchio piu’ o meno sottile, a seconda di come si preferscano le tortillas. Se si mette la pallina di pasta in una busta di plastica per alimenti e’ piu’ semplice da stendere.

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La piastra e’ calda a sufficienza quando spruzzandola con qualche goccia d’acqua questa sfrigola ed evapora quasi istantaneamente. Si mette la tortilla a cuocere da un lato e appena si vedono formare delle bolle in superficie si alza un po’ con la spatola per controllare che sotto ci siano delle macchie brune, a quel punto si gira e si fa finire di cuocere anche l’altro lato. Ogni tortilla una volta pronta va tenuta in caldo in un paniere rivestito con un telo abbastanza ampio d apoter coprire la pila di tortillas in modo da tenerle calde.

per entrare nello spirito del tema, vi lascio con alcune canzoni country tra le mie preferite

Waylon Jennings – You’ll Never Take Texas Out Of Me

Waylon Jennings – Luckenback, Texas

Toby Keith – Should’ve Been A Cowboy

Gary P Nunn- Terlingua Sky

My Heroes Have Always Been Cowboys

Waylon Jennings – Mamas Dont let Your Babies Grow up to be Cowboys

OK, Good Luck Everybody!!

(Not So) Blue Velvet Cake

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Traduzione in Italiano in fondo

Stefania, the most recent winner of MTC ,  picked a gluten-free version of Red Velvet Cake for the February MT Challenge.  I was particularly happy with her choice, because no one in my immediate family and circle of friends has Celiac disease, so I never had the opportunity to learn what must be done to make gluten-free baked goods. But she made a very interesting parallel between cooking gluten-free foods and Kosher cooking. That is something I certainly can relate to, since my own kitchen is kosher. Making sure there is no cross-contamination, keeping utensils separate, are all actions that become second-nature when cooking kosher food, and the same applies when cooking gluten-free foods. I live in the US so I have no problem finding gluten-free ingredients that are clearly labeled, and most supermarkets even offer a whole aisle of gluten-free ingredients. So all the ingredients I used were gluten-free and I had no trouble finding them.

The second reason I was happy about Stefania’s choice is that she picked an American classic recipe, and for once I was baking on my own turf, so to speak.  The rules of the game allowed participants to use either red or blue food coloring, and I chose the latter. I did not want to make the usual frosting that goes with classic red Velvet and since I could not bring myself to detract from tradition, I chose blue as a color in order to avoid any qualms in changing the recipe substantially. As you can see from the photo above, the final result was more of a greyish color than the bright, deep blue I had envisioned. Sadly, not everything turns out quite as we expect, in this Valley of Tears.  In the words of my eldest son, this cake, at least visually, is a an epic fail.
Taste-wise though, it is quite a different story.  The cake is light, moist and springy and the frosting I used was an indisputable success—if I can say so myself. It is a simple whipped cream sweetened with grade-B 100% pure maple syrup,  and the combination is extremely tasty. I added dried cranberries as a decoration on top.

I followed Stefania’s recipe for the cake, using corn-starch instead  of tapioca, as the rules stated it was possible to substitute one for the other.  The frosting was simply made by whipping together

1 qt of Heavy Whipping Cream

6 tbsp pure Maple Syrup, grade B.

I enjoyed participating in this Challenge because it gave me the opportunity to learn more about Celiac disease and what it implies in terms of everyday life adjustments and limitations. But, as Stefania pointed out and was eager to get across, despite these limitations it is possible to make good food that would be enjoyable by everybody—provided we get educated about how to get this done.  I appreciated the positive attitude of Stefania’s message— rather than depicting people that deal with celiac disease on a daily basis in a helpless perspective she chose a constructive approach and that is something that resonates with me deeply.

In keeping with the lighthearted, positive attitude of the challenge, Stefania also requested that participants should wear pumps  with 4-3/4″  heels while baking this cake. I am sorry I could not comply.

We had tons and tons and tons of snow where I live, which is so nice when you wake up in the morning and  looking out the window all you see is a Winter Wonderland just like this everyday.

winter

But since nothing in this world comes for free, the downside of this beauty is that you have to go outside and shovel snow until you wish you could just close your eyes, stomp your feet on the (icy) ground, shout “I’m Cold!!!” and be immediately transported to a warmer place—preferably Florida. And if shovel you must, then you are also bound to get sore muscles and a backache, especially if you are not so young anymore, like me.  And all of this means that I could not possibly even think of wearing high heels. In fact, the only girl in my family that can wear pumps all day long and never loose her smile is BarbieTM. But, as BarbieTMsays, “everything’s fantastic when you’re made of plastic !”.

Thank you Stefania, and,  as always, Thank you Ale, Daniela, & Giorgia.

Versione Italiana

Stefania, la vincitrice della scorsa edizione di MT Challenge ha proposto per la sfida di febbraio una versione gluten-free di Red Velvet Cake. La scelta mi ha fatto particolarmente felice perche’ nessuno nella mia famiglia o tra le mie amicizie e’ celiaco, e non avevo mai avuto l’opportunita’ di imparare cosa comporti cucinare gluten-free. Stefania ha pero’ fatto un interessante parallelo tra la cucina gluten-free e quella Kosher, e in questo posso riconoscermi, dato che la mia e’ una cucina Kosher.  Assicurarsi che non si abbiano contaminazioni, mantenere gli utensili separati, sono tutte azioni che diventano abitudini consolidate sia nel cucinare kosher che nella cucina gluten-free.  Vivendo negli Stati Uniti non ho problemi nel reperire ingredienti per celiaci, la scelta e’ ampia, le etichette chiare e la maggiorparte dei supermarkets dedica un intero reparto a questi prodotti. Tutti i prodotti che ho usato erano etichettati gluten-free.

La seconda ragione per cui la scelta mi ha resa felice e’ che si tratta di una ricetta classica Americana, per cui questa volta mi trovo a giocare in casa, per cosi’ dire. Le regole del gioco permettevano di scegliere un colorante rosso o blu. Ho scelto il secondo perche’ non avevo intenzione di usare il frosting che tradizionalmente si usa per il Red Velvet Cake, e non riuscivo a contemplare l’idea di stravolgere la tradizione. Percio’ ho optato sul blu per fare una torta per la quale sperimentare senza remore un frosting diverso. Come si vede dalla foto, il risultato finale e’ stato un grigio temporalesco, non il blu profondo e brillante che mi ero immaginata. Ma di rado, in questa Valle di Lacrime,  le cose si realizzano come si sperava. Per dirla con mio figlio maggiore, all’aspetto questa torta e’ un fallimento di proporzioni epiche.

Dal punto di vista del gusto, pero’, e’ tutta un’altra storia. La torta e’ umida, leggera e spugnosa, perfetta. E il frosting e’ stato un successo, se posso dirlo. E’ semplice panna montata, ma anziche’ con lo zucchero e’ addolcita con Sciroppo d’acero puro, e il risultato e’ gustosissimo. Ho decorato la superficie con cranberries secchi.

Per la torta ho seguito la ricetta di Stefania, sostituendo, come permesso, la tapioca con la maizena.  Per il frosting ho montato un litro di panna fresca con 6 cucchiai di sciroppo d’acero.

Mi e’ piaciuto molto partecipare a questa sfida perche’ mi ha dato l’opportunita’ di imparare qualcosa sulla celiachia e i limiti che impone nella vita quotidiana. Ma, come Stefania voleva assolutamente comunicare, malgrado queste limitazioni e’ possibile cucinare cibi buoni che possono essere gustati da tutti, a patto di acquisire le informazioni necessarie.

Ho apprezzato la prospettiva del messaggio di Stefania, che anziche’ presentare i celiaci in una visione passiva e negativa, come se non potessero che subire la malattia, ha scelto una prospettiva attiva e costruttiva, e questo e’ un atteggiamento nel quale mi riconosco profondamente.

E nello spirito anche leggero in cui la sfida si e’ quindi svolta, Stefania ha richiesto ai partecipanti di indossare un tacco 12  quando preparavano la torta. Mi dispiace di non aver potuto esaudire la richiesta.

Il fatto e’ che qui abbiamo avuto tonnellate e tonnellate e tonnellate di neve, il che’ e’ bellissimo quando ci si sveglia al mattino e dalla finestra ogni giorno si vede questo paesaggio invernale

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Ma siccome in questo mondo tutto ha un prezzo, l’inconveniente di tutta questa bellezza e’ che bisogna uscire fuori a spalare la neve, finche’ non si desidera nientaltro che chiudere gli occhi, battere i piedi sul terreno (gelato) , gridare “Ho freddo!!!” e poter essere immediatamente trasportati in un posto caldo, preferibilmente la Florida.  E se spalare si deve, la conseguenza, per chi come me non ha piu’ vent’anni da un pezzo,  sono i muscoli indolenziti e il mal di reni. Tutto questo per dire che non avrei neanche potuto pensare di indossare scarpe coi tacchi, specie un tacco 12. A dirla tutta, l’unica ragazza in famiglia che riesce ad indossare il tacco 12 tutto il giorno senza perdere il sorriso e’ BarbieTM.   Ma,  come dice appunto BarbieTM. “ogni cosa e’ fantastica quando sei fatta di plastica!”.

Grazie Stefania, e, come sempre, grazie Ale, Daniela e Giorgia.

American Pici

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When Patty won the  MT Challenge  back in November I was happy  because I was sure she in turn  would suggest a wonderful recipe. She chose  Pici,  a Tuscan pasta that originated in the Val d’Orcia, the countryside of Siena.  Patty gave a very exhaustive and interesting  description of this earthy, rustic food and recommended that  participants should devise versions that used simple local ingredients in order to stay true to the nature of the original dish.

I have never been to Siena—in fact, it is rather unlikely I will any time soon. I never tasted pici and I certainly never made them before. So I was a little intimidated by this challenge. Even if I make fresh pasta once in a while,  I always make the egg-based kind—easily and painlessly rolled and cut with a hand-cranked pasta machine. Indeed, I was picturing several scary scenarios. First of all, I expected it would take me forever and a day to make pici by hand. The lack of eggs  in the dough evoked dark images of pasta strands tangled in a horrifying sticky mess.  I was sure I was going to overcook them into oblivion.  These were some of the nightmares that marred my nights lately.  But I finally pulled myself together, followed Patty’s recipe and instructionpici board 1s to a T and, lo and behold, it turned out pici are one of the easiest pastas I have ever made.  Once the dough and I had relaxed enough  it took just minutes to form thin strands of pasta  that never turned sticky and cooked to chewy perfection.

For my entries in previous MT Challenges  I relied on the family tradition I acquired through marriage. This time, I tapped into my own family of origin’s.  Even if this is a recipe I have pretty much created myself—my own interpretation of how this Tuscan pasta could be prepared with American ingredients, the flavors of the finished dish were  closely reminiscent of the traditional Thanksgiving meal. My understanding of Patty’s recommendation of using local ingredients has been to use some ingredients that have  significant ties with the history of New England.

I figured the sauce should be meat-based, and because Wild Turkeys are numerous here (despite the fact that so are they) dark turkey meat was the first ingredient I chose. (Disclaimer: none of the Wild Turkeys that regularly wander into our yard has been harmed in the making of this dish—I bought prepackaged  ground turkey at the supermarket).

I love to grow herbs and read about herb lore—in fact, my own maiden name is an old Gaelic word that means Yew,  a sacred tree that holds a very important place in Celtic Mythology.  So I wanted to include a culinary herb, and I chose Sage because traditionally in America that is the herb used to cook turkey.  Sage was among the herbs that the Pilgrims  brought  from England, and it is my personal favorite. Over the years I recreated a small Colonial herb garden in my own backyard with many of the herbs that the Early Colonists used, among which Parsley, Sage, Rosemary, and Thyme were especially prized for cooking, medicinal remedies, cosmetics, and of course  Love Charms. However, the latter use might land you in a lot of trouble in the early days.  I like Sage’s scent and flavor.  It was said to ward off evil and bring good luck and prosperity—but only if grown with other plants, to grant longevity or even immortality, heal the skin, darken the hair, and foster wisdom.  sage 1I am always amazed  at its resilience—even now in the dead of Winter, in the midst of a severe cold spell, my Sage plant still bears some green leaves. Finally, I have added some  cranberries, which the Natives taught the Early Settlers how to use. The dried cranberries melted in the sauce during the long and slow cooking, and paired well with the flavors of the other ingredients.

To make the Pici, I closely followed Patty’s recipe and instructions. To make the Sauce you will need:

1 lb ground Turkey thigh

1 large  Sweet Onion, finely chopped

5-10 Sage leaves (depending on their size), finely minced

1/4 cup dried Cranberries

2 tbsp Olive oil

1/2 cup Turkey Stock (or vegetable or chicken stock, preferably homemade) + extra as needed.

salt to taste

Brown the ground turkey in a preheated  cast iron Dutch oven, making sure to break any lumps. Add the onion and saute until it softens and becomes translucent. Add the sage leaves and cook, stirring, one more minute, then add the cranberries. Finally add salt and stock, cover and let cook slowly on the lowest heat until the liquid is reduced, 4-5 hours. Check regularly and add extra stock if necessary to prevent scorching.  If you own  a 3-4 qt  slow cooker, transfer the sauteed meat and vegetable mixture to the crock  and cook on low for 8 hours—you won’t need any extra stock for the slow cooker.

I made the sauce one day ahead. It freezes well.   I made the pici  for lunch on a really cold day (3 F) and it was one of the most filling and satisfying dishes one could have to ward off the cold.  Thanks Patty for teaching me this wonderful dish (I stashed the freezer with sauce jars  for future meals). And thanks to Ale, Daniela & Giorgia for hosting MT Challenge.

Bibliography

Alice Cooke Brown. Early American Herb Recipes. (1994). Dover Publications, Inc.

Edith Van Allen Murphy. Indian Uses of Native Plants. (1958). Meyerbooks.

Marie Miczak, D. Sc., Ph. D. Nature’s Weeds, Native Medicine. Native American Herbal Secrets. (1999). Lotus Press.

Italian version

La meritatissima vittoria di Patty nella scorsa edizione della MT Challenge mi aveva reso felice perche’ sapevo che avrebbe proposto a sua volta una ricetta bellissima. E infatti ha proposto i pici, una pasta tipica della sua terra, la provincia Senese. Patty raccomandava ai partecipanti di proporre una versione con ingredienti locali, per restare fedeli all’origine rustica e povera del piatto.  Non sono mai stata a Siena ed e’ improbabile che ci vada nel prossimo futuro, non avevo mai assaggiato ne’ fatto i pici prima di adesso. E per questo la ricetta mi intimidiva un po’.  Anche se a volte preparo la pasta fresca mi sono sempre limitata a quella all’uovo, spianata e tagliata col metodo indolore, cioe’ usando una macchina per la pasta a manovella. Immaginavo diversi scenari piuttosto preoccupanti. Per prima cosa, pensavo che ci avrei messo un’eternita’ a fare i pici a mano. L’assenza di uova nell’impasto evocava immagini orripilanti di rotolini di pasta inestricabilmente appiccicati tra loro. Ero sicura che li avrei stracotti fino a farli scomparire.  Questa la sostanza dei miei incubi negli ultimi tempi. Ma poi mi sono fatta coraggio, ho seguito la ricetta e il procedimento alla lettera e, sorpresa, questa e’ uno dei tipi di pasta piu’ semplici che abbia mai provato a fare. Una volta che l’impasto ed io ci siamo rilassati a sufficienza ci sono voluti pochi minuti per formare dei lunghi fili che non si sono appiccicati tra loro e sono emersi dalla cottura perfettamente al dente.pici board 1

Se nelle mie precedenti partecipazioni al MT Challenge ho attinto dalla tradizione che ho acquisito col matrimonio, stavolta ho seguito quella della mia famiglia di origine. Sebbene questa sia una ricetta inventata da me, cioe’ la mia personale interpretazione di come questo piatto italiano potesse essere fatto con ingredienti Americani, il risultato finale nei sapori ricordava il tradizionale pasto del Ringraziamento. Ho interpretato la richiesta di Patty di usare ingredienti locali utilizzando ingredienti che hanno un significativo legame con la storia del New England. Volevo preparare un condimento a base di carne, e poiche’ i Tacchini Selvatici qui sono numerosi (malgrado il fatto che siano numerosi anche loro), ho scelto il tritato di tacchino (coscia) come ingrediente principale. (Disclaimer: a nessuno dei Tacchini Selvatici che regolarmente transitano nel nostro prato e’ stato fatto del male per preparare questa ricetta; ho acquistato il tritato al supermercato).

Una cosa che amo fare e’ coltivare le erbe e studiarne il folklore. Infatti, il mio cognome da nubile e’ un antico termine Gaelico che indica l’albero del Tasso, una pianta sacra che occupa un posto molto importante nella Mitologia Celtica. Anche per  questo volevo includere un’erba aromatica e ho scelto la salvia perche tradizionalmente essa e’ usata per cucinare il tacchino qui in America. I Padri Pellegrini portarono qui  moltissime erbe dall’Inghilterra, e tra queste Prezzemolo, Salvia, Rosmarino e Timo erano particolarmente utilizzate in cucina, nella medicina, in cosmesi, e come tutti sanno per incantesimi d’amore. Sebbene quest’ultimo uso ai quei tempi avrebbe potuto procurare parecchi guai. La salvia e’ una delle mie preferite, mi piacciono il suo sapore e il suo profumo. Un tempo la si credeva capace di respingere il malvagio e attrarre fortuna e prosperita’, ma solo se coltivata assieme ad altre piante, non da sola; che garantisse salute, longevita’, perfino l’immortalita’. Curava la pelle, scuriva i capelli, rendeva piu’ saggi. Io sono sempre sorpresa dalla sua resistenza, anche adesso, nel mezzo dell’inverno, alle temperature gelide, la mia piantina ha ancora la capacita’ di portare alcune foglioline ancora verdi. sage 1 Infine, nel sugo ho aggiunto una  manciata di cranberries secchi, perche’ questi erano usati dai Nativi Americani che insegnarono ai Coloni a fare altrettanto. I cranberries si sono dissolti durante la cottura lunga e lenta del sugo, e il loro sapore si e’ armonizzato bene col resto.

Per la pasta ho seguito verbatim le istruzioni di Patty. Per il sugo servono:

500 g coscia di tacchino, tritata

1 cipolla grande

5-10 foglie di salvia, in base alla grandezza, tritate fini

4 cucchiai di cranberries secchi

sale

2 cucchiai di olio di oliva

125 ml di brodo (fatto con le ossa del tacchino e verdure, o solo di verdure, o di pollo, ma preferibilmente fatto in casa) + extra se serve

In una pentola di ferro ben calda si fa’ rosolare il tritato, poi si aggiunge l’olio e la cipolla tritata, si fa cuocere finche’ la cipolla e’ morbida e trasparente. Si aggiunge la salvia, mescolando per 1 minuto, poi i cranberries e infine si sala e si aggiunge il brodo. Si fa cuocere coperto, a fuoco bassissimo, per 4-5 ore, finche’ ben ristretto. Controllare spesso che non attacchi e aggiungere brodo se serve. Se si ha una piccola slow cooker, si puo far continuare la cottura, ponendovi il misto di carne rosolata e verdure col brodo per 8 ore su Low. Non servira’ brodo in piu’.

Ho preparato il sugo il giorno prima; si puo’ congelare benissimo. Ho servito i pici a pranzo in una giornata freddissima (—16 C) . Niente di meglio per combattere il freddo. Grazie a Patty per avermi insegnato questa pasta (ho gia’ scorte di sughi pronte in freezer per future repliche) e sempre grazie a Ale, Daniela & Giorgia per MT Challenge.

Bibliografia

Alice Cooke Brown. Early American Herb Recipes. (1994). Dover Publications, Inc.

Edith Van Allen Murphy. Indian Uses of Native Plants. (1958). Meyerbooks.

Marie Miczak, D. Sc., Ph. D. Nature’s Weeds, Native Medicine. Native American Herbal Secrets. (1999). Lotus Press.